Per alcuni, è un compagno di vita fedele quanto sgradito. Fa capolino non appena provi a dire di no. Ti spinge a metterti sempre in secondo piano. Ti costringe a subire ricatti emotivi. Il senso di colpa può diventare una trappola mortale. Eppure serve, garantiscono gli psicologi. Come tutte le emozioni negative, non ci piace eppure non va annientato. Ma ridimensionato. 

«La natura è saggia, ogni emozione ha un significato. Anche il senso di colpa: emerge quando abbiamo fatto (o non fatto) qualcosa che non riteniamo giusto o che può aver causato un danno – spiega Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta  Quindi è iscritto nella nostra natura di esseri umani che preferiscono essere giusti e buoni. Non male».  

Dove sta il problema? Il modo in cui i nostri genitori (nonni, insegnanti, allenatori, sacerdoti) hanno gestito i loro sensi di colpa ci ha fatto da modello, non sempre positivo. Inoltre possiamo provarli in modo più acceso e doloroso se sono stati utilizzati per educarci («se fai questo io non ne sarò felice, farai morire tua madre, perderai il nostro amore per sempre»).

«Quando i sensi di colpa sono legati a specifici comportamenti possono essere funzionali a una buona vita sociale – prosegue l’esperta – Della serie: mi accorgo di aver fatto una cosa che crea danno, mi sento in colpa, chiedo scusa, o risarcisco il danno se è possibile, e la relazione è salva. Quando invece sono troppo accesi e si tingono di paura di abbandono o punizione possono essere devastanti, tanto da impedirci di seguire ciò che ci farebbe bene o sarebbe nostro diritto fare». 

Per esempio, voglio frequentare l’università ma penso che se lascio mia madre da sola sarò una figlia indegna. «Il senso di colpa bloccherà qualcosa di infinitamente sano – chiarisce la specialista – che affonda le radici nei miei bisogni autentici, condannandomi a tristezza, rabbia e insoddisfazione. Così se la nostra coppia è litigiosa e violenta ma non voglio separarmi perché mi sentirei in colpa verso i miei figli, dovrei chiedermi se non faccia un danno maggiore a rimanere, magari facendoli poi io stessa sentire in colpa dicendo loro che sono rimasta in una relazione dolorosa solo per loro».

Se siamo nel secondo caso, dobbiamo stare molto attenti sia per noi, che i più piccoli, per i quali siamo dei modelli di comportamento. Che fare? «Per vivere finalmente liberi dalle catene di questi tiranni interni, potremmo partire da una domanda: se lo facesse un’altra persona, penso che ne avrebbe tutto il diritto o che dovrebbe sentirsi in colpa? Spesso non siamo molto obiettivi con noi stessi.

Può essere d’aiuto anche leggere dei libri sul tema dell’assertività (la capacità di farsi valere senza calpestare nessuno) e/o fare un percorso di psicoterapia che ci aiuti a riappropriarci di una libertà gentile, in connessione serena con gli altri e il mondo. L’obiettivo è diventare consapevoli del fatto che abbiamo diritto di sentire, pensare, dire e fare ciò che corrisponde ai nostri bisogni e desideri – conclude la psicologa – sempre consci del fatto che anche gli altri hanno  pari diritti: rispettandoli entrambi si possono trovare sani e soddisfacenti compromessi».