Dykadja Paes ha 30 anni. Brasiliana, ha il ballo nel sangue. Fisico statuario, lunghi capelli mori. Vive a Roma dove ha un marito, due figli, è felice. Finalmente ha la famiglia che ha sempre sognato. Un giorno, mentre allatta il suo bimbo, sente che qualcosa nel suo seno non va. Fa gli esami: è un tumore. Una forma aggressiva, chiamata triplo negativo. La colpa è di una mutazione genetica, chiamata BRCA1 (sì, quella di Angelina Jolie). Dykadja non è sorpresa: la mamma è morta giovanissima per lo stesso motivo. La zia pure. Anche la nonna si era ammalata.

Si sente crollare il mondo addosso. Ha solo 28 anni. Il suo secondogenito appena quattro mesi. È disperata, piange, non riesce a reagire. Ma poi qualcosa in lei scatta. Decide di combattere. Perché lei una vita se la merita, così come si meritano di vederla vivere tutte le persone che la conoscono, con il suo sorriso contagioso e la sua solare bellezza. Comincia il calvario. Mastectomia, chemioterapia, radioterapia. Dykadja entra a far parte di un gruppo Facebook di donne con la stessa diagnosi. Si sfoga, chiacchiera, condivide. Comincia a vedere uno spiraglio di luce.

Poi di nuovo il buio. La diagnosi delle metastasi arriva a soli tre mesi dalla fine delle radioterapie. Un choc. Si asciuga le lacrime e alza la testa. Decide che non sprecherà nessun giorno della sua vita. È lei a confortare i suoi cari, a sdrammatizzare la situazione davanti ai figli. Tra un esame e l’altro, un ciclo di cure e l’altro, si occupa dei suoi bimbi, organizza campagne informative, incontra altre donne con la stessa forza e determinazione. Fonda un hashtag di successo, #zittocancro, perché se lui è un mostro pronto a urlare, lei griderà sempre più forte.

Invita chiunque a scattarsi un selfie con il gesto del silenzio e a pubblicarlo sui social. Lo fanno in tantissimi: amici, parenti, anche sconosciuti, persino personaggi famosi come Francesco Sarcina, Vittoria Puccini, Marco D’Amore. Il cantante Caparezza le invia un video di incoraggiamento. Dykadja non ha tempo di farsi divorare dal mostro. Deve vivere. Cantare. Ballare. Lo fa anche sui social. I suoi video sono virali. Strappano un sorriso alle sue compagne di avventura. E anche ai medici che si intravedono dietro il suo letto, mentre lei, attaccata alla flebo, improvvisa l’ennesimo balletto.

Ai suoi follower decide di mostrarsi ogni giorno, senza maschere: quando gli esami vanno bene e quando le notizie non sono buone, nei giorni sì e in quelli no, con o senza capelli. Niente parrucche o finzioni. È sempre bella, truccata o al naturale, sensuale ma anche ironica nei suoi balletti domestici e nelle sue risate a pieni polmoni. Dykadja sa che dalle metastasi non si guarisce. Ma trova sempre la forza di regalare messaggi positivi e momenti di gioia. Dice che vuole lasciare qualcosa di bello a chi si imbatterà nella sua storia. E i messaggi che arrivano sono tantissimi: le dicono grazie, le raccontano le proprie storie, le chiedono consigli. Questa condivisione è un balsamo sul suo cuore: Dykadja non si sente più sola. Si sente accolta, abbracciata. Sorride alla vita e alle persone che le vogliono bene, che sono sempre di più, anche a distanza. Zitto cancro, che c’ho da fare.