Ci sarebbe da fare dell’ironia, se non stessimo parlando di una vera e propria malattia. Nome quasi impronunciabile: prosopagnosia. Dal greco, l’incapacità di riconoscere (agnosia) la faccia (pros + ops) di una persona. Della serie che incontri qualcuno che conosci, ma non ricordi il suo viso. Quindi ti comporti come se non l’avessi mai visto. E non è una scusa per sviare dall’odiosa compagna di liceo che si sta sbracciando per salutarti. Tant’è che uno degli uomini più adocchiati del pianeta, Brad Pitt, si è sentito in dovere di confessare questa sua debolezza per evitare di passare per snob. 

Una malattia vera, dicevamo. « Nelle forme più eclatanti sì », conferma Primo Lorenzi, psichiatra e psicoterapeuta, docente a contratto all’Università di Pisa. « È legata essenzialmente a danni neurologici. In questi casi nel linguaggio medico si dice che la malattia è secondaria. Colpisce soprattutto le persone anziane con patologia degenerativa o vascolare. Fra i giovani, invece, coloro che hanno avuto danni cerebrali: traumi, neoplasie. Molto più rara la derivazione psichiatrica del problema, senza riscontro di lesioni: la letteratura finora riporta solo 218 casi. In questi casi la malattia è spesso congenita».

Cosa succede? « Si perde la capacità di scrimine fine, che permette di distinguere il volto di una persona da quello delle altre », prosegue Lorenzi. « Così un elemento caratterizzante di qualcuno, per esempio la barba, diventa sufficiente per distinguere quella persona dagli altri portatori di barba. Si è persa la capacità di aggiungere a una data caratterizzazione una serie di altri dati che possono essere discriminanti, come il colore o la forma della barba. Nelle forme più gravi si può arrivare a non riconoscere nemmeno le coordinate basilari della faccia umana, scambiando quella persona per una cosa o un animale. Il libro di Oliver Sacks L’uomo che scambiò la moglie per un cappello è esemplificativo ».

Ci si può curare. « Nelle forme secondarie si cerca di contenere la causa di base, poi si promuove un intervento neuroriabilitativo. Nelle forme primarie non esiste una terapia, si lavora sul piano emotivo con psicoterapia e a volte farmaci». Tornando a Brad il bello. «Credo che certe diminuite capacità dell’attore di riconoscere l’altro possano costituire il rovescio della sua indubbia capacità di interpretare l’altro, di prenderne il posto emotivo. Un deficit visivo della capacità di riconoscere l’altro si accompagna a un’aumentata capacità di portare l’altro nel proprio spazio interno, cioè a immedesimarsi ».